Il complesso nuragico di Abini sorge a circa 12 km dal paese di Teti, su un piccolo pianoro, in una valle circondata da colline alla cui base scorre il fiume Taloro. Il sito è inquadrabile nella categoria dei villaggi-santuari di epoca nuragica ed è costituito da un’area di culto con fonte sacra e recinto, circondata da un esteso villaggio. Attorno al recinto sacro vi sono numerose strutture, alcune delle quali probabilmente legate alle attività cultuali, ma l’insediamento si sviluppa in tutta l’area circostante, con edifici di diverso tipo e funzione. Spoliato dai cercatori di tesori fin da tempi molto antichi, fu oggetto di numerose ricerche soprattutto a partire dall’Ottocento, quando divenne famoso per i ritrovamenti di straordinarie quantità di oggetti di bronzo (armi, strumenti, statuine).
Si data tra Bronzo Finale e prima età del Ferro.
La fonte
La fonte doveva essere il principale edificio cultuale del complesso ed è situata all’interno di un ampio recinto sub-circolare. Distrutta dagli scavatori clandestini, oggi è visibile solo per parte del perimetro anteriore e della base della vasca in cui si raccoglieva l’acqua. Era costituita da una cella circolare, un vestibolo e una struttura superiore, ormai totalmente distrutta, della quale sono stati trovati i blocchi perfettamente squadrati sparsi nell’area circostante. Proprio da questi si può ipotizzare il tipo di copertura, realizzata in parte in trachite e in parte in basalto, probabilmente simile a quella di altri monumenti, come la fonte di Su Tempiesu di Orune, alla quale rimandano dei blocchi modanati che costituivano una sorta di timpano di forma triangolare. L’uso di materiali di natura e colori differenti doveva conferire al monumento un particolare aspetto tricromo, riscontrabile in altri edifici cultuali nuragici, ottenuto con i colori rosa e grigio chiaro della trachite e grigio scuro del basalto. Sebbene nella vasca, scavata nel substrato di disfacimento del granito, si accumuli periodicamente l’acqua piovana, la fonte non è più collegata alla sorgente originaria o comunque risulta ostruito il canale di immissione dell’acqua.
Il recinto
La fonte è circondata da un recinto sub-circolare realizzato con un muro a doppio paramento in grossi blocchi di basalto semilavorati. Esso presenta due aperture, una a est e una a sud-ovest, anche se si discute sulla originalità della seconda. L’andamento del muro non rispecchia perfettamente la planimetria realizzata da Antonio Taramelli e in certi punti non presenta i caratteri propri dell’architettura nuragica, aspetti che fanno ipotizzare il rifacimento di alcune parti in tempi relativamente recenti. L’area è stata, infatti, riutilizzata dai pastori fino agli anni ’60 come ricovero per animali.
Nella parte centrale si erge la fonte, che nella zona antistante aveva un pavimento lastricato, conservato in parte, dove nel secolo scorso furono trovati i ripostigli con i bronzi.
Alla base del muro perimetrale del recinto sono presenti un bancone sedile e un affioramento roccioso, che conserva i fori in cui venivano fissati bronzi e spade votive. L’area a nord, nello scavo del 2013, ha restituito alcuni allineamenti di pietre apparentemente simili ai gradini o sedili noti in altri santuari nuragici, ma un attento studio delle loro caratteristiche e dei materiali ritrovati fa pensare si tratti, piuttosto, di una risistemazione dell’area con terrazzamenti o gradoni risalente alle fasi d’uso più tarde del tempio. Tra i materiali ritrovati negli scavi antichi si annovera una ingente quantità di manufatti di bronzo tra armi, strumenti, statuine, ornamenti. Dagli interventi recenti vengono invece perle di pasta vitrea, vaghi di collana e bottoni, frammenti di lame e rivetti di bronzo. Poca la ceramica, con olle a cordone, ciotole carenate, vasi con anse a gomito rovescio, ma anche rari frammenti di vasi di epoca storica.
Il villaggio
Il villaggio si estende attorno all’area cultuale ed è costituito da numerose strutture circolari e sub-circolari, solo in parte portate alla luce. Gli ambienti indagati sono infatti quelli scavati da Taramelli nella prima metà del secolo scorso e quelli messi in luce durante le ricerche svolte dall’Università di Sassari (2013-2018).
Tra essi si evidenziano tre strutture situate vicino al recinto e scavate negli ultimi anni, forse pertinenze del santuario. La struttura 4, in particolare, è un ambiente di forma quasi ellittica, addossato alla struttura 3. Lo scavo del vano, delimitato da un muro a doppio paramento di pietre semilavorate, ha restituito una grande quantità di ceramica. La presenza di vasi capovolti e rotti in posto e la terra scura carboniosa hanno fatto pensare a un livello di rovina con i vasi caduti da un ripiano, forse in seguito a un evento improvviso come un incendio. Tra i materiali ritrovati al suo interno, spiccano anche sei lame di pugnale a lama triangolare di bronzo, ritrovate lungo il muro perimetrale.
A sud dell’area cultuale è presente una sorta di isolato, con ambienti di vare dimensioni di pianta circolare o a ferro di cavallo. Alcuni hanno un bancone lungo il perimetro interno, pavimenti lastricati e nicchie; qualcuno conserva un discreto alzato.
Pochi i materiali ritrovati:, ceramica molto frammentata, elementi informi di bronzo e di piombo, una fascetta bronzea forse di bracciale, un anello, uno spillone e un pendaglio in forma di pugnaletto a elsa gammata. Sulla base dei ritrovamenti, questi edifici si datano tra Bronzo Finale e prima età del Ferro.