Protostoria
Il territorio di Orune conta numerosi monumenti e siti archeologici, che provano la frequentazione e insediamento dell’area sin dalla Preistoria.
Le prime tracce di insediamenti umani risalgono al Neolitico, come attestano le domus de janas di Sa Tuppa e Annantine. A queste si aggiungono i dolmen di Istithi e Su Urreddu e numerosi menhir, localmente noti come perdas fittas, disseminati nel territorio e spesso riutilizzati nei secoli successivi per la costruzione di muri a secco o abitazioni rurali
Anche l’epoca nuragica vide un fiorire di insediamenti, con circa 19 nuraghi, tra i quali 2 di tipo complesso e molti non ben classificabili; tra di essi si ricordano quelli di Santa Lulla, Nunnale, Su Pradu, Galile, Curtu, Ederosu, Serra de Mesu, Ila Ila e il complesso di Sant’Efis, che comprende anche un villaggio nuragico successivamente rioccupato in epoca romana.
Gli aspetti funerari della cultura nuragica sono testimoniati da 5 tombe di giganti, 4 vicine in località Gorteddera e l’altra Fila Fila.
Particolarmente significativi sono luoghi di culto legati alle acque, principalmente fonti sacre come Su Lidone, Su Sidone, Su Pradu, Lorana e Su Tempiesu.
Proprio su Tempiesu si caratterizza per la grande monumentalità, essendo l’unico tempio che conserva la parte sommitale a causa di una frana avvenuta in antico; inoltre è ben nota la grande quantità di reperti bronzei in esso ritrovati.
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Storia romana
Orune. L’insediamento tardoantico di Sant’Efis
Localizzato nell’altopiano granitico di Orune a circa 750 metri s.l.m., è raggiungibile da una deviazione a destra del km 81,900 della S.S. 389, nel tratto tra Nuoro e Orune, a breve distanza dall’omonima casa cantoniera.
L’eccezionale sito pluristratificato comprende un nuraghe complesso, una fonte nuragica e un villaggio nuragico al quale si è parzialmente sovrapposto un insediamento di età romana e tardoromana oltre all’omonima chiesa postmedievale. Sant’Efis costituisce senza dubbio un eccezionale caso di studio per quanto riguarda la presenza romana nelle aree interne dell’isola e per l’ottimo stato di conservazione. Le indagini archeologiche, seppure ancora parziali, hanno messo in luce un complesso insediativo di circa due ettari caratterizzato dalla presenza di edifici a pianta rettangolare e quadrangolare, realizzati attraverso l’utilizzo di conci di granito locale con semplice malta di fango. Tra le strutture indagate si segnalano in particolare alcuni ambienti gravitanti intorno a una piccola piazza, dotati di pavimentazione lastricata, di un soppalco e di un sistema di canalizzazione con pozzetto di scarico delle acque: la copertura era realizzata con laterizi di produzione locale o di importazione; a poche decine di metri si trova un’ulteriore struttura quadrangolare identificata, sulla base dei rinvenimenti, con un magazzino per lo stoccaggio delle merci.
Gli scavi archeologici hanno permesso l’individuazione di grandi quantità di materiali, tra cui soprattutto ceramica di importazione come sigillata africana, lucerne ed anfore, vasi in bronzo, reperti metallici, ceramica comune, da cucina e contenitori di derrate, in particolare olio e salsa di pesce di produzione africana. L’insediamento, di cui al momento non è noto il nome antico, era dunque legato a un’attività di tipo commerciale sorta in età imperiale lungo l’aliud iter ab Ulbia Caralis, nel segmento compreso tra Caput Tyrsi e Sorabile, probabilmente fungendo da centro di riferimento e di ridistribuzione per la regione circostante.
La vita dell’abitato di Sant’Efis si interrompe bruscamente intorno alla metà del V secolo d.C., in seguito alla distruzione causata da un incendio improvviso testimoniato dai resti combusti delle travature lignee individuati al di sopra del piano pavimentale delle strutture. Il crollo delle coperture ha sostanzialmente sigillato gli ambienti dell’abitato, favorendo la conservazione delle unità stratigrafiche che permettono di fotografarne in modo attendibile le ultime fasi di vita, offrendo perciò una datazione affidabile.
Il sito assume particolare importanza anche per quanto riguarda le dinamiche di cristianizzazione delle aree interne, tradizionalmente considerate legate ai culti pagani se non primitivi ancora ai tempi di papa Gregorio Magno (fine del VI secolo d.C.): all’interno del magazzino è stato recuperato infatti un raffinato bicchiere in vetro inciso con rappresentazione di Cristo tra gli apostoli, prodotto a Roma fra la fine del IV e gli inizi del V secolo; il reperto, presumibilmente destinato a un edificio di culto o comunque a gruppi sociali chiaramente cristiani, permette quantomeno di ricalibrare la presunta refrattarietà alla nuova fede da parte dei Barbaricini.
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Storia romana
Orune. Sant’Efis e la cristianizzazione della Sardegna interna
Secondo la maggior parte degli studiosi la diffusione del Cristianesimo nella Sardegna interna non avvenne prima della fine del VI secolo d.C., quando papa Gregorio Magno denunciava la persistenza del paganesimo tra i Barbaricini, accusandoli di vivere “come animali”, “ignorando il vero Dio” e “praticando il culto di idoli di legno e di pietre”.
Tra le eccezionali scoperte archeologiche dell’insediamento romano e tardoantico di Sant’Efis di Orune assume perciò particolare importanza il ritrovamento di un raffinato bicchiere in vetro, recuperato in stato frammentario all’interno del magazzino periferico insieme a un’ulteriore coppa vitrea. Il reperto, ricostruito dopo un lungo e meticoloso restauro, è decorato a incisione con la rappresentazione di Cristo tra gli apostoli e costituisce un prezioso prodotto d’importazione realizzato a Roma fra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C.: presumibilmente arrivato a Orune dal porto di Olbia attraverso l’aliud iter ab Ulbia Caralis, era destinato a un luogo di culto o comunque a una committenza sicuramente cristiana.
Il ritrovamento, che si aggiunge alle poche ma tangibili attestazioni del Cristianesimo nella regione circostante (come diverse lucerne di produzione africana con simboli e motivi cristiani, o come il mattone con iscrizione [E]use[b]i vivas e monogramma cristologico al centro, rinvenuto nel 1879 in località Dilisorre), è di importanza eccezionale, soprattutto perché permette di sfumare l’idea di una Sardegna interna quasi completamente pagana ancora al tempo di papa Gregorio Magno e testimonia la possibile esistenza di gruppi sociali cristiani o addirittura di un’élite ecclesiastica già prima del V secolo.