Protostoria
Il territorio di Aritzo sorprende per la densità e la varietà delle sue tracce archeologiche.
Conserva un nucleo significativo di testimonianze comprese fra il Neolitico finale e l’Età del Ferro (ca. 4000-700 a.C.). I siti censiti si distribuiscono prevalentemente lungo i crinali che dominano la valle del Flumendosa, tra 900 e 1.100 m s.l.m., a conferma di una strategia insediativa votata sia al controllo visivo del territorio sia allo sfruttamento delle risorse
Già nel Neolitico recente, gruppi della cultura di Ozieri dovettero insediarsi nell’area, lasciando come testimonianze due piccole domus de janas a Su Cossu.
Con l’età del Bronzo le alture che cingono Aritzo si punteggiano di nuraghi. Se ne contano sette: torri monotorre come Araneri, Sos Biddilegios o Sa Domu ’e s’Orcu, ma anche il più complesso Su Lubiri, di cui affiora un bastione trilobato.
Il nuraghe Sa Mecur’e Su Carragione è l’esempio più interessante. Oggi lo incontriamo semisommerso dai crolli, ma il suo mastio sopravvive ancora per quattro metri, a ricordarci l’ingegno di quei costruttori che trasformarono un primo nuraghe “a corridoio” in una vera e propria torre. Più in basso, Sa Perda ’e su Costiu mostra soltanto un anello di blocchi massicci, scompaginati dalla macchia; due conci bastano però a farci intuire l’imponenza originale della struttura. Altri nuraghi, evocati soltanto dai toponimi (Albaso, Sa Cresiedda), sono ormai fantasmi archeologici: i loro blocchi, probabilmente, servirono a fare muri in epoche più vicine a noi.
Sono presenti anche alcuni villaggi attorno ai nuraghi, come quello di Perdu Isu, un gruppo di capanne addossate alla base del Nuraghe Araneri datato tra Bronzo Recente e Primo Ferro.
Non mancano contesti legati al sacro: sul tacco di Texile residuano i resti di un recinto circolare in blocchi di trachite, forse un piccolo santuario di Bronzo finale.
Mancano totalmente monumenti funerari nuragici come tombe di giganti.